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I diritti dei padri non ricadano sui figli

dicembre - 22 - 2011

All’idea della “flexsecurity” tanto sbandierata mancano, in questo momento, le risorse necessarie per essere efficacemente realizzata: si tratta quindi di pura modellistica impossibile da applicare, se non con scopi e funzioni ben diverse da quelli sbandierati propagandisticamente

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La ministra Fornero pare aver, almeno provvisoriamente, ritirato le velleità di cancellazione dell’articolo 18 della legge 300/70, meglio nota come “Statuto dei Lavoratori”.
La linea del padronato italiano, in questo momento di gravissima crisi con una disoccupazione record e gli stipendi in calo da 10 anni rispetto alla crescita di tasse ed inflazione, non pare però deflettere dall’obiettivo del togliere ai padri per non dare ai figli.

L’autorevolissimo “Corriere della Sera” oggi, in due distinti articoli, il fondo firmato da Maurizio Ferrera (“Le generazioni prive di difesa”) e del senatore PD Pietro Iachino (“Il lavoro ed i veti che non aiutano”) pare muoversi attorno all’obiettivo di far dismettere completamente il residuo di tutele esistenti nel settore lavoro dipendente, in modo – a giudizio di entrambi gli autori – di stravolgere il quadro allo scopo di favorire l’ingresso sulla scena di nuovi livelli di relazioni sindacali in grado di far accedere al mondo del lavoro le nuove generazioni.

All’idea della “flexsecurity” tanto sbandierata mancano, in questo momento, le risorse necessarie per essere efficacemente realizzata: si tratta quindi di pura modellistica impossibile da applicare, se non con scopi e funzioni ben diverse da quelli sbandierati propagandisticamente.

Verrebbe da affermare, subito, che le condizioni possibili per un massiccio ingresso dei giovani nel mercato del lavoro in forma non precaria e supersfruttata come avviene adesso sono molto complesse e riguardano il quadro di relazioni economiche sul piano internazionale, la situazione finanziaria, la politica industriale, le risorse a disposizione della scuola, dell’università e della ricerca, il ripristino di livello minimi di stato sociale, ma limitandoci al quadro esposto nei due articoli appena citati viene naturale rispondere che si tratta, prima di tutto, di svelare un arcano forse troppo facile da rivelare: l’idea di fondo è quella di far dismettere proprio gli attuali livelli di tutela del lavoro dipendente per far posto ad una nuova legislazione che lascerebbe vecchi e giovani alla mercé di una deregulation del mercato del lavoro che, proprio al riguardo delle giovani generazioni preparerebbe un futuro nel quale si sarebbero ristabilite, per intero, le antiche condizioni del ” predominio di classe”.

Perché di scontro tra interessi di classe si tratta, ancora una volta, nella selva di presunte liberalizzazioni di settori più o meno marginali nell’insieme dell’economia del paese: dove sanità, trasporti, infrastrutture, assetto idrogeologico, condizione urbana ci fanno dire che i cittadini italiani sono trattati molto male dai loro governanti, a tutti i livelli, centrale e periferico e che, ancora (pensiamo alla vicenda delle pensioni e, appunto, a quella della tutela dei diritti dei lavoratori) si sta giocando sulle aspettative di vita delle persone.

Ricordando ancora che l’articolo 18 tutela il 65% dei lavoratori di questo paese, compresi quelli resi forzatamente precari con la patente di “autonomi”, quindi una grande maggioranza e che il nostro obiettivo, al contrario di quello dei padroni, è quello di estendere questo livello di tutela ad una platea ancora più ampia, crediamo sia il caso di aprire un confronto ed una riflessione basata su dati concreti di verità e non su ideologismi e forzature da parte di quei settori politici ed economici che puntano a perpetuare il loro dominio sui settori più deboli della società italiana.

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