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La danza-documentario di Rachid Ouramdane

febbraio - 24 - 2012

Uno spettacolo sulla tortura e le sue conseguenze: è “Ordinary Witnesses”, all’Auditorium di Roma

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Quando le porte della sala Petrassi si chiudono e si spengono le luci di sala, sul palco non c’è ancora l’ombra di un danzatore. Anche lì è buio, totale. Una voce francese dall’accento straniero inizia a raccontare qualcosa e il palco si illumina della luce tenue dei sopratitoli bianchi per i non francofoni in sala. Il racconto è lungo, molto, e frammentario. E per il pubblico, restare in ascolto per tutto quel tempo completamente al buio è quasi una tortura.

Voluta senza dubbio da Rachid Ouramdane, coreografo franco-algerino e ideatore di questo “Ordinary Witnesses” che parla, appunto, di tortura, di violenza. Di genocidi ed educazione all’odio e allo sterminio, di parole impronunciabili, pensieri irriconducibili a parole. Ricordi coscienti che vanno cancellati e inconsci che, purtroppo, non abbandonano mai. “Ordinary Witnesses” parla di tutto ciò in senso letterale, perché lo fa attraverso le parole registrate o videoregistrate di chi le torture le ha subite davvero, i suoi testimoni ordinari che vengono dal Brasile, dal Ruanda, dal Medio Oriente.

Per i primi venti minuti “Ordinary Witnesses” è un alternarsi di voci esitanti che riflettono sulle violenze subite, provano a trovare un senso, ma non le descrivono mai. Poi, mestamente, iniziano ad abitare il palco cinque danzatori (Jean-Baptiste André, Lora Juodkaite, Mille Lundt, Jean-Claude Nelson, Georgina Vila-Bruch). Si muovono come fantasmi, una camminata lenta, vacillante, quasi al rallentatore. Per lo più non si incrociano o ignorano l’incontro, ma quando questo avviene, basta che si sfiorino per obbligarsi ad assumere una posizione dall’aria dolorosa. Mille Lundt inarca la schiena in modo parossistico e il suo corpo, normalmente esile ed elegante, diventa deforme. Sembra una contorsionista, come anche gli altri che Rachid Ouramdane ha scelto così flessibili inseguendo una qualità di movimento che evocasse la tortura fisica senza mostrarla.

Il momento clou dello spettacolo è quando Lora Juodkaite inizia a roteare. E lo fa per un tempo che pare infinito. L’attrazione è magnetica, l’attenzione s’incaglia in quel volteggiare che nulla ha in comune con quello dei dervisci. Nessuna regolarità o estatico incontro con il divino. Il corpo di Lora Juodkaite sembra sempre sul punto di essere dilaniato dal movimento centrifugo. La testa guarda il suolo poi si inclina su un lato. I capelli sciolti e la colonna vertebrale mai perfettamente eretta deformano il suo corpo nella velocità del movimento. Alla sensazione di precarietà contribuiscono le luci di Yves Godin: in obliquo su un lato del palco, una lastra con sessanta fari sferici dalla luminosità ora intensa e abbagliante, ora calda e ambrata, che illuminano la scena o se ne fanno protagonista, alternando combinazioni sempre diverse. E le musiche di Jean-Baptiste Julien che si muovono tra un rumore di fondo disturbante ma appena udibile e una sonorità angosciante e tumultuosa, invasiva.

“Ordinary Witnesses” è una sorta di documentario con accompagnamento coreografico e musicale, puro stile Ouramdane la cui sfida sin da subito è stata quella di conciliare due tensioni, una verso l’arte l’altra di riflessione e analisi sociale, in particolare riguardo le ingiustizie e la violenza. È uno spettacolo complesso dai tempi lunghi e lenti ai limiti dello sfinimento e dai momenti di rara intensità. Uno spettacolo pieno di opposizioni. Uno spettacolo che è il contrario del godibile: non si lascia amare facilmente, non si lascia dimenticare.

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Un Commento finora

  1. Mi auguro che ad assistervi non siano solo persone già sensibili ai temi dei diritti umani, ma anche persone che generalmente li ignorano, li trascurano. E che, dopo la suggestione visiva, ci sia una proposta operativa contro le torture oggi perpetrate.

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