L’operetta “Candide” del geniale Leonard Bernstein: composizione brillante tratta dal racconto satirico di Voltaire
Tra gennaio e febbraio il Teatro dell’Opera di Roma ha presentato l’operetta “Candide” del poliedrico musicista Leonard Bernstein. E’ una composizione brillante che tratta con una certa libertà (ma non poi troppa) l’omonimo racconto satirico di Voltaire, pubblicato anonimo nel 1759, che intendeva sferzare il tetragono ottimismo della cultura di Leibnitz, e della cultura tedesca in generale.
“Candide” dell’autore di “West Side Story” è del 1956. Brillante, spesso genialmente melodica, di sferzante ironia, sta raggiungendo una notevole popolarità nei teatri americani e, di riflesso, europei: ormai nessun soprano pirotecnico che si concentri su Rossini e Donizetti trascura di mettere in repertorio l’aria del soprano del primo atto, “Glitter and be gay”, inserendola in concerti e recitals insieme a “Una voce poco fa” o alla scena di pazzia di “Lucia di Lammermoor”.
“Candide” giunge a noi in una forma molte volte rielaborata. Ai testi delle tragicomiche avventure del protagonista e della sua amata su due continenti lavorarono parecchi autori: da Lillian Hellman a Stephen Sondheim, oltre che Bernstein stesso. Classico esempio di work in progress, quest’operetta non presenta due edizioni discografiche uguali; e rappresenta anche l’ultima registrazione diretta da Bernstein, un anno prima della sua morte, avvenuta nel 1990. E’ proprio la registrazione dell’89 diretta dallo stesso autore – che canta insieme all’orchestra – ad essere l’edizione storica, quella più raccomandabile agli appassionati.
Qui a Roma la concezione del regista Lorenzo Mariani – italiano di formazione americana – era quella già vista al Teatro San Carlo di Napoli nel gennaio 2007. Mariani ha intelligentemente eliminato i dialoghi, anch’essi in inglese come i testi cantati, per far sintetizzare la vicenda da una voce narrante, che altri non è se non la pungente Adriana Asti vestita da mini-Voltaire, in parrucca bianca e brache di velluto al ginocchio. Lo spettacolo assume così un aspetto di talk show, in linea con la presenza di schermi televisivi su tutte le pareti. La presenza di video e apparecchi TV nell’opera tradizionale è insopportabile, ma qui rientra nel gioco, si adatta alle scene coloratissime e brillanti di Rubertelli, alle coreografie di Sean Curran e agli scanzonati costumi anni Cinquanta di Giusy Giustino. Guerre non molto pacioccone, Santa Inquisizione, Gesuiti, palazzi ducali e scene di auto-da-fé hanno avuto così in Mariani un illustratore ironico. Quanto alla resa orchestrale di una partitura così ricca, un poco più di sottigliezza e leggerezza sarebbero desiderabili nella concertazione di Wayne Marshall, che tuttavia dà alla partitura la grandiosità operistica che all’autore sarebbe piaciuta.
Per una recita il giovane e ingenuo protagonista è stato l’eccellente tenore statunitense Leonardo Capalbo, che ha studiato con la grande Marilyn Horne: canta con la tecnica e il timbro di un tenore lirico di livello (non è difficile immaginarlo come Rodolfo della “Bohème” o Alfredo di “Traviata”) e ha perfettamente compreso il registro ironico del suo personaggio. La sua fidanzata Cunegonde era Jessica Pratt, bella e agguerrita australiana che anche da noi conta già su una cerchia di fans sfegatati del melodramma romantico: ora aggiunge Bernstein al suo repertorio. Anche l’irlandese Claudia Boyle, nel cast B, è molto musicale.
Un pubblico non vasto, ma internazionale e coinvolto, ha applaudito con calore.



