Un’anteprima sulla versione cinematografica della tragedia Coriolanus, risceneggiata da Ralph Fiennes
A Londra è nei cinema da gennaio; e arriverà prima o poi anche qui Coriolanus, l’ultimissima versione cinematografica della tragedia di Shakespeare. Ne è regista, co-sceneggiatore con John Logan, e protagonista l’attore Ralph Fiennes, che è probabilmente l’attuale re delle scene di lingua inglese e che intrattiene con il cinema un rapporto alterno.
Ora interpretazioni che avrebbero meritato ben maggiore risonanza (Cime tempestose, Spider, La contessa bianca, Il giardiniere costante), ora trionfi internazionali (Schindler’s List, Il paziente inglese, tra il 2005 e oggi ben tre Harry Potter), ora pellicole francamente mediocri – anche se Strange Days non merita la definizione che ne ha dato Nanni Moretti. La novità di questo Coriolanus è che si svolge al giorno d’oggi, in un paese come potrebbe essere l’Irak o l’Afghanistan o il Kossovo (è stato girato in Serbia e serbi sono quasi tutti gli interpreti secondari e le comparse). Vediamo quindi manifestazioni di piazza con cartelli inalberati, carri armati ed elicotteri, bombardamenti violentissimi e fragorosi, notiziari TV con anchormen affannati e commentatori politici dietrologi. Menenio, l’ottimo Brian Cox, ricorda da vicino svariati senatori di destra italiani e internazionali. 
Qualche necessario taglio fa scorrere la vicenda a ritmo serrato. Ma il testo originale è rispettato e le breaking news riferiscono pur sempre di quanto accade a Roma, a Corioli e ai guerrieri Volsci. Così come le scene madri dove si uccide e ci si uccide con il pugnale sono realizzate con pugnali. Fiennes e Vanessa Redgrave, nelle loro uniformi 1999, interpretano Coriolano e sua madre Volumnia come esseri feroci, quasi disumani (le loro splendide voci, naturalmente, qui arriveranno doppiate).
La questione filologica e teatrale è: quanto si guadagna ad attualizzare un testo che parla di politica e di violenza? La risposta sarebbe “il 100%” se un pubblico giovane e numeroso accorresse a questa pellicola; ma pare che non sia così. La meditazione investe allora un numero più ristretto di spettatori: i fruitori del cinema che si definisce “letterario”, gli appassionati di Shakespeare – che qui hanno materia di discussione. Laurence Olivier attualizzava il suo personaggio per un solo momento, ma rivelatore; quando il suo Coriolano era stato ucciso, il cadavere veniva issato a testa in giù,
chiara allusione alla fine di Mussolini. Il filmato però non esiste, e dunque viene risparmiato a questo ringhiante, torreggiante Fiennes un paragone al quale non avrebbe potuto sottrarsi (c’è un video americano del 1979 con protagonista Morgan Freeman giovanissimo, ma è quasi impossibile reperirlo; e una sintesi televisiva dell’84 diretta da Elijah Moshinsky non esaurisce le possibilità della tragedia).
Questo film colloca in ambito attuale una meditazione sul potere che è, come sempre con Shakespeare, senza tempo; l’intelligenza e l’impegno di chi lo ha realizzato meritano un buon successo.



