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Un partito per la sinistra

marzo - 31 - 2012

“Benecomunismo”:sabato 28 gennaio, a Napoli, si è svolto il Forum dei Comuni per i Beni Comuni. Amministratori locali, attivisti di movimenti sociali, protagonisti di lotte a difesa dei beni comuni e dei diritti lavoratori, hanno poi pubblicato, giovedì 29 Marzo, sulle colonne del “Manifesto” un documento sulla base del quale reclamare la formazione di un nuovo soggetto politico

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Autorevoli e illustri firme della sinistra italiana hanno pubblicato, giovedì 29 Marzo, sulle colonne del “Manifesto” (la cui redazione pare averne accolto le istanze, intenzionata a portarle avanti), un documento sulla base del quale reclamare la formazione di un nuovo soggetto politico, capace di raccogliere la realtà dei più importanti movimenti sociali sviluppatisi, nel corso di questi anni, nel nostro Paese attorno ai temi della democrazia partecipata e dei cosiddetti “beni comuni” (da cui il neologismo “benecomunismo”, che pare rappresentare la sintesi più efficace per indicare il retroterra teorico di questo futuribile nuovo soggetto).
I firmatari sono stati, in buona parte, nel passato protagonisti di quella che fu la stagione dei cosiddetti “girotondi” e, successivamente, in tempi più recenti, della vittoriosa campagna referendaria avverso la privatizzazione dell’acqua e dell’elezione dei sindaci definiti “arancioni” in alcune importanti città, come Napoli e Milano.
Il documento si sofferma, con particolare attenzione, alla ricerca di nuove forme dell’agire politico indicando la necessità di “rompere una visione ristretta della politica, tutta concentrata sul parlamento e i partiti”. L’idea è quella di lavorare “per un nuovo spazio pubblico allargato, dove la democrazia rappresentativa e quella partecipata lavorano insieme, dove la società civile e i bisogni dei cittadini sono accolti e rispettati”.
Inoltre “si riconosce l’importanza della sfera dei comportamenti e delle passioni”.
Non sfugge, a un osservatore sufficientemente aduso al linguaggio della politica, una visione tutto sommato figlia di forme di tipo individualistico, fortemente soggettive, nella concezione dell’agire politico, un tentativo di sistematizzazione di quella che definiamo per convenzione “antipolitica” all’interno di un nuovo recinto “blandamente” organizzativo, di collegamento – nel complesso- di sostanziale continuità con quel meccanismo di personalizzazione che appare ancora, il tratto dominante, della scena politica attuale in Italia, introdotto dalla spettacolare mutazione del 1994, poi imitata su più versanti e sulla quale si è concentrato tutto un “per” o un “anti” che ha caratterizzato questa lunghissima fase di transizione, fino all’esito, assolutamente mortificante per i soggetti politici ancora attivi nel nostro Paese, della formazione dell’attuale governo, definibile, senza alcuna difficoltà o tema di smentite di “destra tecnocratica”, una destra dura, chiaramente antipopolare.
Risulta evidente, tuttavia, che da altri settori della sinistra (in realtà il termine “storico” della collocazione tradizionale dei partiti del movimento operaio non viene mai utilizzato nel documento) risulti necessaria una forte interlocuzione con quanto, sul piano della proposta politica concreta, potrà emergere dall’azione conseguente ai contenuti di questo documento.
Potrebbe essere possibile, infatti, sviluppare un forte confronto a tutto campo nel Paese, a diversi livelli, tentando così di ricoinvolgere migliaia di quadri militanti in una discussione pubblica ben finalizzata all’idea di una ricerca comune di soggettività collettiva.
Una discussione pubblica che potrebbe consentire anche di affrontare in campo aperto i limiti delle attuali formazioni politiche e, in particolare, l’obliquo personalismo sul quale si regge SeL che rappresenta, a mio giudizio (espresso da tempo) un vero e proprio “tappo” per lo sviluppo di un’adeguata presenza della sinistra sulla scena politica italiana.
Uso appositamente il termine sinistra, perché è su questa base che si può rivolgere il primo quesito, del tutto propedeutico alla successiva discussione, agli estensori del documento di cui si sta scrivendo: è possibile, dal vostro punto di vista mantenere questo tipo collocazione politica? Oppure, il documento colloca già il possibile nuovo soggetto in un ambito, per così dire, di “trasversalità”?
Non basta, a mio giudizio, affermare che i contenuti sulla base dei quali si pensa di affrontare determinate tematiche risultano già oggettivamente “collocati”: serve, anche e soprattutto, una definizione di “spazio” che tutto deve significare meno che una “recinzione”.
Serve un partito di “sinistra”: uso volutamente i due termini messi così chiaramente in discussione, in questo caso; “partito” e “sinistra”.
Un partito di sinistra che faccia i conti con alcune questioni:
1) La storia del movimento operaio italiano, le sue radici, le sue contraddizioni, ricercando -appunto – sul terreno delle diversità accumulate nel tempo una sintesi superiore adeguata all’oggi, in tempo di complessità delle contraddizioni;
2) L’idea dell’Europa politica. Un’idea fortemente in crisi che deve, invece, essere rilanciata con forza a partire dalla necessità di combattere, proprio al livello della dimensione europea, la battaglia avverso il soggiacere dell’economia rispetto alla finanza e della politica rispetto alla stessa economia (ho semplificato al massimo, ma credo di essermi fatto intendere). Terreni principali di questa battaglia la programmazione economica e l’idea universalista del “welfare state”;
3) La fedeltà alla Costituzione formale, ingaggiando un duro scontro contro i fautori di una Costituzione materiale neo-presidenzialista e includendo, in questo scontro, anche l’idea del sistema elettorale proporzionale come elemento fondativo di un necessario ritorno al concetto di “rappresentatività” in luogo di quello di “governabilità”;
4) La centralità di quella che un tempo avevamo definito “contraddizione principale” tra capitale e lavoro. Accennavo già alla complessità delle contraddizioni dell’oggi (incluso uno spostamento nella relazione classica tra struttura e sovrastruttura sulla quale non mi soffermo per ragioni di economia del discorso): esse però vanno intrecciate strettamente al tema della condizione di classe, ponendo il tema del lavoro al centro dell’azione politica del nuovo soggetto;
5) La “forma-partito” certamente da adeguare alle grandi novità che sul piano comunicativo e delle possibilità relazionali sono venute avanti negli anni ma, al riguardo della quale, non possono essere sviluppate concessioni verso improbabili leaderismi da un lato, e assemblearismi dall’altro. Si tratta di aprire, anche in questo caso, una riflessione sulla forma classica del partito di massa, abbandonata precipitosamente senza che si fosse sviluppata un’analisi sufficientemente approfondita.
Da qualche parte era stata avanzata l’idea di utilizzare la scadenza dei 120 anni ricorrenti dalla fondazione del Partito dei Lavoratori Italiani (nel 1993 trasformato poi in Partito Socialista) per sviluppare un’idea di “ricominciamo da capo”.
Penso che quell’ipotesi vada perseguita, concretizzata in una riflessione sicuramente molto più compiuta di quella assolutamente abborracciata che ho tentato di sviluppare in questa sede  e sviluppata in un apposito documento da porre attraverso una serie di assemblee comuni organizzate, prima di tutto in sede periferica (sfuggendo al concetto di “passerella”) a confronto con il documento di cui ho cercato malamente di occuparmi in questa sede (sciolti ovviamente in nodi di fondo circa la collocazione politica).
Una proposta che mi permetto di sottoporre all’attenzione di alcuni qualificati interlocutori auspicandone un rilancio a tutti i livelli.

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6 Commenti finora

  1. Franco Bianco scrive:

    Sarò rude, ma sincero: per un ignorante come me quel documento è in buona sostanza “illeggibile”, sono arrivato alla fine con enorme sforzo, e suppongo che non pochi non siano arrivati alla fine, né posso biasimarli. In secondo luogo, trovo che quello che vi si propone è impraticabile, il mondo dovrebbe essere abitato da persone che hanno poco o nulla da fare per dare vita – non solo inizialmente, sulla scia dell’entusiasmo per la novità, ma in modo stabile e duraturo – a tutti quei “tavoli” ed organismi che vengono nel documento auspicati: la cui efficacia trovo estremamente dubbia. Dico la verità: mi auguravo di più e di meglio, specialmente leggendo fra i firmatari i nomi di persone che tengo in somma considerazione: ne sono, invece, molto deluso, e credo che rimarrà un’esercitazione accademica (scritta, appunto, da accademici – che però sono molto più bravi quando scrivono i loro libri di quanto siano stati in questa occasione), un altro dell’infinita lista di documenti ed appelli che sono stati prodotti negli ultimi (non pochi) anni.

  2. angelo scrive:

    Caro Franco, è strano leggere quello che dici, perchè alla nascita del PD, alcune considerazioni molto simili alle tue, e certo molto più modeste nell’articolato, le esprimevo io riguardo alla nascita del PD. Io però inizialmente aderri alla nascita del PD, proprio perchè un giudizio su qualcosa che non c’è, non può essere definitivo. Occorre che il “soggetto” possa muovere i suoi primi passi, essere corretto, implementato e poi, ma solo dopo si potrà aderire o meno, sostenerlo o criticarlo, ma sempre ricordando che come hai ben detto tu, ci sono tante persone di valore che cercano di dare una risposta semplice ad un problema che semplice non è. La Sinistra è in affanno, ogni tentativo di recuperare quella che era la tradizione del PCI, è fallito in personalismi che nulla hanno a che vedere con un progetto organico che possa recuperare il rapporto con gli elettori. Occorre che teniamo sempre presente i dati allucinanti della fiducia che gli italiani hanno nella politica e cominciare a rimetterci in discussione. Chi poi avrà ragione o torto, lo lasciamo alle discussioni di domani. un saluto.

  3. Antonio scrive:

    Sostanzialmente concordo con Franco Bianco che ignorante non lo è davvero.Quello del recupero di una sinistra autentica è un lavoro di lunga lena perchè il berlusconismo di questo ultimo ventennio ha disseminato veleni che hanno intossicato la sinistra principalmente il PD.Ai movimenti e agli accademici spetta tale compito ovvero un recupero culturale che non sia solo filosofico ma anche pragmatico perchè la confusione è tanta e la scelta di molti alle prossime elezioni sarà quella di disertare i seggi.

  4. CESARE scrive:

    Io credo che bisogna superare il PD e SEL per creare una forza riformista DI SINISRA, LAICA E PLURALISTA , RIMANDANDO VIA GLI EX MARGHERITA CON L’udc DI CASINI, tanto è meglio perderli che trovarli (vedere RUTELLI che si difende da LUSI da Fazio è VERAMENTE DEPRIMENTE, ha rubato che si dimetta dal Parlmento e si difenda in tribunale per favore). La strada perchè il centrosinistra vinca nel 2013 PASSA PER UN NUOVO SOGGETTO POLITICO DI ISPIRAZIONE SOCIALISTA.

  5. Fabio Vander scrive:

    Sono d’accordo con la sostanza (e la forma) dell’intervento di Astengo e della più parte dei commenti. Il documento del Manifesto è in effetti ‘democratista’ e anti-politico. E’ una summa del ‘pensiero’ di Ginsborg, appunto elitista, saccente, anti-partitico e, in senso proprio, anti-democratico. La retorica del ‘ceto medio riflessivo’ (del documento si parla di un ceto politico “preparato”, appunto un pugno di pretenziosi intellettuali), in sostanza Ginsborg e i suoi accoliti, è inaccettabile in una prospettiva autenticamente democratica.
    E’ vero che le parole “partito” e “sinistra” sono ignorate. E pour cause.
    In verità quel documento è il sintomo più preoccupante della crisi in cui è precipitata la sinistra italiana, della sua incapacità di venirne a capo. Del suo involversi da anni in ‘Associazioni aprile’, ‘girotondi’, ‘costituenti’, ‘federazioni’, ‘fabbriche di nichi’, riuscendo a stare sempre allo stesso punto, che poi significa perdere elezioni, consenso, soprattutto tempo.
    La ‘fatica del pensiero’ deve sostenerci nel proporre una ripartenza che implichi come obiettivi irrinunciabili: un nuovo partito della sinistra, un nuovo pensiero critico del capitalismo, una nuova stagione della democrazia e del socialismo.

  6. chilmer scrive:

    Credo che non nasca qualcosa che rappresenti la sinistra cercando di interpretare con documenti o manifesti un’idea di società o alchimie identitarie o ricette salvifiche; tantomeno credo ci sia bisogno di mandare via qualcuno o di fare l’analisi del sangue alle persone per vedere quanti quarti di sinistra doc e movimentista hanno o quanti quarti di PD ancora gli restano. Questi, secondo me, son i limiti enormi che allontanano dalle persone reali: una dinamica pedagogica che sa più di vizio che di necessità; la sinistra e la necessità della sinistra ha bisogno di gente d’azione che possono esser AIUTATI, dico AIUTATI, dagli intellettuali o pseudo tali. Oggi manca invece totalmente l’azione di precari, operai, giovani, donne, anziani e tutti gli altri in carne ed ossa; e invece, drammaticamente, appena c’è un movimento no tav o qualsiasi altro, alcuni pensano e vedono emozionati l’avanzare del Quarto Stato di Pelizza da Volpedo; non ce l’ho coi movimenti, loro sono il sale, ma è davvero deprimente vedere ogni volta come son sempre poco rappresentativi della società, e come alcuni politici si sbraccino pur di farsi vedere con loro, pur di strangolarli col loro ego; soprattutto mancano le persone reali per la sinistra, non tanto l’etichette, le sigle, i narcisi, ma le persone con le loro storture, le loro deformità, la loro debolezza, il loro pensiero a volte egoista e immaturo, ma tutte le volte con il loro pensiero e non con quello di altri

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