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Il film della crisi

dicembre - 9 - 2012

G. Ruffolo e S. Sylos Labini offrono una ricostruzione ragionata dell’attuale crisi economica

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Con il libro “Il film della crisi” G. Ruffolo e S. Sylos Labini offrono una  ricostruzione ragionata dell’attuale crisi economica, delle sue origini ideologiche, delle deformazioni e delle speculazioni finanziarie che l’hanno accompagnata, delle logiche di un capitalismo abbandonato a se stesso in virtù di una concezione, quella liberista, secondo la quale “ i mercati sono razionali …. si autoregolano…”. Peccato che “questo mantra del’economia non esista e quindi…. si è dissolto improvvisamente e per  molti ( ma non per tutti) inaspettatamente “.

A conclusione di questa storia paradossale gli autori non possono evitare di constatare come . tuttavia “ le politiche economiche e monetarie non stanno mettendo in campo gli interventi più efficaci per promuovere un nuovo ciclo di crescita”. Da qui la convinzione e la possibilità che “questa crisi possa essere superata solo se ci sarà un forte impegno dei Paesi europei per la solidarietà e per l’integrazione e se verrà adottata una strategia radicalmente diversa rispetto a quella finora seguita. ”.

Ciò significa puntare sulla qualità del nuovo sviluppo, “un obiettivo che richiede enormi investimenti sia pubblici che privati.” Ma, ci permettiamo di aggiungere, anche la capacità e gli strumenti coerenti con il cambiamento richiesto, altrimenti quegli investimenti, come dimostra il caso del nostro paese, potrebbero perpetuare il modello attuale.

Complessa appare, dunque, la comprensione delle questioni che vanno sotto la denominazione della società della conoscenza. Ne è una prova, ad esempio la sottovalutazione della differenza tra kwh e kw cioè tra l’energia e la tecnologia. Se ci limitassimo – come abbiamo fatto in questi anni – a ritenere che un fatto ambientalmente positivo sia sufficiente per essere anche “sostenibile” andremmo incontro a delle grandi e pericolose illusioni. Nel caso del’energia, ad esempio, se ci limitassimo a comprare gli impianti per produrre energia da fonti rinnovabili avremmo sulla bilancia commerciale, cioè sulla crescita, un onere più o meno doppio rispetto a quello attuale, già elevatissimo, dovuto alla nostra dipendenza dai combustibili fossili che attualmente dobbiamo importare.

Il necessario disegno di uno sviluppo “ più ricco perché diversamente ricco” deve mettere nel conto delle modificazioni quali il cambiamento dello scenario demografico mondiale, la diversa capacità di utilizzare e orientare la conoscenza scientifica e tecnologica, una riforma, anch’essa qualitativa, della burocrazia e quelle nuove relazioni internazionali “cooperative” accennate dagli autori.

Su alcuni di questi aspetti particolarmente deficitarii nel nostro paese e sui relativi ritardi accumulati, sarà opportuni tornare perché esistono criticità tutte nostre e perché, come conclude il libro “ non miriamo al paradiso e non immaginiamo una società perfetta: più semplicemente nutriamo la speranza di progredire verso una società più prospera e più giusta.”. Ma anche perché le questioni riguardano concretamente il nuovo governo e, come ci ricordano gli autori,  quelle alleanze e quelle azioni che si devono definire a livello europeo anche in previsioni delle ormai prossime elezioni europee.

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Un Commento finora

  1. Franco Bianco scrive:

    Il libro ci consegna, oltre ad una mirabile sintesi di quanto è avvenuto nel capitalismo mondiale dalla metà degli anni Settanta del XX secolo (sulla scia, peraltro, dell’eccellente “Il capitalismo ha i secoli contati”, dello stesso Giorgio Ruffolo, in quel caso non in coppia con Stefano Sylos Labini, figlio del grande Paolo), una serie di considerazioni che sono tutte politiche, e che indicano una strada per una sinistra moderna ed adeguata ai tempi, che non voglia ancora – come, ahimé, alcuni continuano a fare – attardarsi in attese, o addirittura annunci, di “crollo” del capitalismo, già tante volte smentiti dalla storia (ma evidentemente la testa di alcuni è più dura della realtà). Ruffolo e Labini dimostrano che, comunque vada questa crisi, il cui esito è ancora incerto per i modi e per i tempi, è sicura una cosa: che nulla, dopo di essa, sarà più come prima. Di conseguenza, la sinistra del XXI secolo non può essere più quella di prima, quella del Novecento: una lezione che ancora molti, purtroppo, stentano ad apprendere (ed anzi, in molti casi, contestano). Sarà bene che ognuno si adoperi per rimuovere questi ritardi culturali, che fanno danni enormi soprattutto ai ceti socialmente più deboli.

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