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Evoluzioni del capitalismo

gennaio - 6 - 2013

In edicola “Il film della crisi” (Einaudi, Novembre 2012 – 118 pagg., 14,50 euro) di Giorgio Ruffolo e Stefano Sylos Labini. Il testo riguarda un argomento di estrema attualità: la crisi – che presenta vari aspetti, non soltanto quello economico-finanziario – nella quale il mondo è piombato fin dall’autunno del 2007 e che è ben lungi dall’essere superata e risolta.

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La crisi economica – non soltanto economico/finanziaria, ma poi anche industriale e sociale, nelle sue conseguenze – nella quale il mondo è piombato fin dall’autunno del 2007 è ben lungi dall’essere superata e risolta: lo confermano non soltanto gli ”indicatori”, ma anche l’esperienza comune, quella che i cittadini di tutti i Paesi vivono quotidianamente e che dimostrano che nessuno sta come prima, anzi quasi tutti stanno peggio, salvo una ristrettissima quantità di persone che non hanno risentito della crisi o ne hanno addirittura beneficiato.

 

Giorgio Ruffolo e Stefano Sylos Labini hanno scritto insieme un testo di grande interesse, uscito da Einaudi nel Novembre 2012 (118 pagg., 14,50 euro), intitolato ”Il film della crisi” (che già di per sé è molto significativo), con un sottotitolo che suscita curiosità e fa presagire di riuscire molto interessante: ”La mutazione del capitalismo”. Gi Autori precisano, nell’Introduzione: « Questo libro non è una storia della crisi che stiamo attraversando………Non è neppure un libro di economia »: lo scopo dichiarato è quello di fornire « un contributo critico a quella che un giorno potrà essere la nuova etica del capitalismo contemporaneo ». E non solo: intendono « smascherare quella che non è una teoria ma un’ideologia, che ispira e giustifica tutto quello che sta accadendo,…………..che considera l’intervento pubblico nell’economia come una sciagura e che si fonda sulla leggenda dell’autoregolazione dei mercati. L’autoregolazione è un’invenzione ». Su questi icastici giudizi torneremo nella conclusione di questo scritto.

 

Il capitalismo – come d’altronde annuncia già il sottotitolo – è, naturalmente, il centro del libro: come esso è stato, come è, come potrebbe – anzi, dovrebbe – tornare ad essere. In un suo molto noto libro precedente, ”Il capitalismo ha i secoli contati” (Einaudi 2008), Ruffolo scriveva, a sostegno della tesi enunciata nel titolo, che « La storia del capitalismo si misura con il metro dei secoli. Si tratta di una formazione dotata di una prodigiosa flessibilità che gli ha permesso di adattarsi a tutti i regimi politici con i quali si è misurata »; e concludeva che « Il capitalismo non è la fine della storia, ma nella storia c’è certamente la fine del capitalismo ». I due Autori, in questo ultimo libro che compare quando la crisi mondiale si è ormai manifestata in tutta la sua gravità, riprendono quel testo del 2008 per aggiungere che « [Quell'affermazione] significa che certamente il capitalismo non è eterno. Ma è altrettanto indubbio che non è un grande viale alberato, [….] è una  storia folgorante disseminata di crisi, alcune delle quali violente, tanto da precipitarlo verso il collasso »: e non c’è dubbio che quella che viviamo da circa sei anni sia una di quelle crisi, una crisi grave per la quale « è impossibile formulare previsioni sull’esito. La sola asserzione plausibile è che dopo di essa nulla resterà come prima. Le nuove potenze che si stanno affermando reclameranno obiettivamente un riordinamento mondiale e sociale, che potrebbe riassumere le forme del grande compromesso storico tentato nell’Età dell’Oro oppure sfociare in una fase storica di disordine violento e incontrollato ». La ragione di quella tremenda incertezza, in ordine ai possibili esiti della crisi, sta nel fatto che il capitalismo non sta soltanto attraversando una grave recessione, come è avvenuto altre volte in passato, ma ha conosciuto una vera e propria ”mutazione” (ecco il sottotitolo del libro), che ora va alla ricerca di nuovi assetti che conducano ad una stabilizzazione. Che cosa è avvenuto è raccontato magistralmente, con sintesi potente e chiarissima, nei primi due Capitoli del libro.

 

Riassumendo brutalmente: a quella definita ”L’Età dei Torbidi” (l’epoca a cavallo delle due guerre mondiali, che causarono circa cento milioni di morti !) seguì quella che il grande e compianto (è scomparso di recente) storico inglese Eric Hobsbawm, nella parte centrale del suo famoso libro del 1995 ”Il secolo breve” (fortunato titolo in italiano, che ha poco in comune con il reale titolo inglese, ”Age of extremes”, che suonerebbe ”L’era degli eccessi”), aveva definito ”L’Età dell’Oro”, che durò dalla fine della seconda guerra mondiale fino alla seconda metà degli anni Settanta del Novecento (anche detti ”i trenta gloriosi”). In essa (« il più lungo periodo di crescita e di emancipazione sociale », scrivono i Nostri nel testo ora in esame) si affermò quello che Ruffolo aveva già definito il ”compromesso socialdemocratico” (in Europa, principalmente; e ”liberaldemocratico” nei Paesi nordamericani), durante il quale il capitalismo, nella sua forma  allora vigente – definito ”capitalismo industriale” perché orientato soprattutto alla produzione di merci -, era « contrassegnato non solo dall’obiettivo del profitto, ma anche dall’attenzione verso le relazioni sociali, l’innovazione, gli aspetti culturali. Tutto ciò rese la competizione capitalistica più efficace e fece esprimere le passioni umane più costruttive ». In un altro suo intervento Giorgio Ruffolo è stato ancora più chiaro sulla natura del ”patto”:  « I capitalisti rinunciavano alla ricerca del massimo profitto e i sindacati alla piena utilizzazione del loro potere contrattuale. Ambedue subordinavano le loro pretese al vincolo dell’aumento della produttività. Si chiamava ”politica dei redditi” e assicurò qualche decennio di crescita sostenuta accompagnata da alta occupazione e da equlibrata distribuzione dei redditi ». Fu effettivamente  un’epoca per molti versi ”aurea”, anche se, luci ed ombre, « non mancarono conflitti, che furono talvolta molto aspri, ma ne scaturì prosperità, maggiore uguaglianza e benessere sociale ».

A partire dalla seconda metà degli anni Settanta cominciò quella che Ruffolo ha definito, già nel testo del 2008, ”la controffensiva capitalistica”: con essa il rapporto fra capitale e lavoro conobbe un’inversione di segno e perfino il rapporto fra capitalismo e democrazia  subì un rovesciamento. In breve: una delle mosse principali alla base della ”controffensiva” fu la liberazione dei movimenti di capitale (che nella fase precedente era stata invece fortemente controllata). Potendo i capitali muoversi liberamente, essi correvano dove potevano realizzare profitti maggiori e più rapidi; questo da un lato esponeva i lavoratori al ricatto delle delocalizzazioni, togliendo loro forza contrattuale nei confronti delle imprese, il che causò un formidabile spostamento di reddito dai salari i profitti, valutato nei Paesi dell’OCSE in 10 punti di Pil (la quota salari sul Pil si abbassò dal 68% al 58%, nel trentennio 1976-2006); dall’altro rendeva gli stessi Stati nazionali deboli nei confronti delle grandi imprese private, che avevano una forza economico-finanziaria enorme, spesso maggiore di quella degli Stati stessi, con i quali le grandi imprese competevano vantaggiosamente sul mercato dei capitali (e questo costringeva gli Stati ad imporre più tasse ed a ridurre le prestazioni sociali). Nacque così un nuovo tipo di capitalismo, basato sulla ”finanziarizzazione” dell’economia e perciò definito ”capitalismo finanziario” (detto anche ”capitalismo azionario” per l’importanza precipua che esso annetteva al valore delle azioni, più ancora che al profitto che l’impresa realizzava con le sue attività: la ”creazione di valore” per gli azionisti era l’obiettivo assoluto al quale tendere, al quale tutto veniva sacrificato). Una rivoluzione, tutta all’interno del capitalismo.

L’impoverimento dei ceti produttivi (la mobilità dei capitali comportava il ristagno dei salari, per la ”concorrenza” a cui li esponeva) riduceva la loro capacità di consumo, e questo rappresentava una minaccia grave per le imprese; a questo pose rimedio « una ‘contromossa’ decisiva: un aumento forte e generalizzato dell’indebitamento privato », in modo che la scarsa disponibilità di risorse finanziarie venisse compensata dalla possibilità di differire il pagamento: nacque così ”L’Età del debito”, coincidente con quella del ”capitalismo finanziario”. Questa strategia fu aiutata da un’altra mutazione genetica, quella del sistema bancario: fu abolita la differenza fra banche commerciali e banche d’investimento, e questo diede la stura alla creazione di titoli (i famigerati ”derivati”) che prendevano il posto della moneta pubblica, essendo commerciabili sul mercato (anche all’insaputa degli stessi sottoscrittori). Tutto questo ha consentito che, grazie all’indebitamento, l’economia reale (l’industria, l’edilizia, il mercato dell’auto, e così via) potesse continuare a crescere anche quando non ve ne sarebbero state le condizioni: la finanza trainava l’economia, ne aiutava l’espansione. Ma era una crescita ”drogata”, una sorta di ”bolla” inevitabilmente destinata a scoppiare: nel 2007 i nuovi strumenti finanziari avevano creato un’espansione della liquidità pari a circa 12 volte il Pil mondiale (sic)!

Ecco dunque la tesi centrale dei due Autori: « L’indebitamento e la finanziarizzazione  provocano un mutamento strutturale nella natura del capitalismo occidentale…………La funzione fondamentale del capitalismo si è ridotta nuovamente all’aspetto essenziale del profitto inteso nei termini più ristretti di superamento relativo dei rendimenti di capitale nel breve e brevissimo termine…………il mercato mondiale dei capitali è diventato una realtà istituzionale che comporta un proprio governo mondiale………il capitalismo si pone ormai come una potenza globale strutturata rispetto a quella dei governi » (”quello che il proletariato non è riuscito a realizzare, il capitalismo lo ha compiuto”, osservano con una sorta di mesto sorriso gli Autori). Il ”capitalismo sociale e temperato” dell’Età dell’Oro è ormai solo un ricordo, ora c’è soltanto la frenesia di ”far soldi con i soldi”, tanti soldi e il più presto possibile, e guai a chi vi si oppone.

La ”bolla finanziaria” dunque scoppia, come sappiamo, ed il mondo si salva dal tracollo solo grazie all’intervento degli Stati (« Nella fase iniziale della crisi sono state rovesciate tutte le convinzioni dominanti, e in particolare quella secondo cui lo Stato sarebbe il problema e non la soluzione. Lo Stato è diventato la soluzione dei problemi »). Gli interventi di salvataggio, riportano gli Autori, hanno avuto una portata pari a 14.000 miliardi di dollari, fra salvataggi bancari, conversione di debiti privati in debiti pubblici e misure per contrastare le bolle immobiliari. Una cifra stratosferica. Ma la ”tregua” dura poco: « non appena il settore finanziario si è ripreso, si è scatenata una nuova offensiva contro l’intervento pubblico e il welfare state », perché le finanze degli Stati sono andate in crisi proprio a causa dei salvataggi effettuati (per fare qualche esempio: dal 2007 al 2011 il rapporto ‘debito pubblico su Pil’ passò dal 51% al 100% in USA, dal 36 al 70 in Spagna, dal 65 all’85 in Germania, dal 64 al 90 in Francia), e le risorse impiegate per farlo devono essere tolte ad altro: « Così la maggior parte degli Stati occidentali è diventato ostaggio dei mercati finnziari », scrivono gli Autori. Tutto il terzo Capitolo del libro è dedicato a ciò che il suo titolo descrive: ”La dittatura dei mercati”.

Nel quarto Capitolo, Ruffolo e Sylos Labini propongono ciò che essi considerano ”Una strategia alternativa”. Anzitutto, essi dicono apertamente, bisogna opporsi ai comportamenti largamente imperanti (e non solo in Italia): « Per rompere la spirale che ci sta trascinando a fondo è vitale far ripartire la domanda aggregata ». E non si sottraggono al dovere intellettuale di indicare le vie che, secondo loro, devono essere percorse per ottenere quel risultato e, condizione prioritaria, per coniugarlo con requisiti di equità sociale (i due Autori scrivono che occorre « fuoruscire dal modello neoliberista, che ha tra i suoi fondamenti un divario sempre più marcato nella distribuzione della ricchezza »). Per ottenere una inversione della controffensiva capitalistica è, a loro parere, « quanto mai necessario un intervento di natura politica »; essi indicano una serie di misure che dovrebbero essere assunte, ma ritengono indispensabile un cambiamento di ‘paradigma’ rispetto a quello che si è andato imponendo negli ultimi decenni: « Nel futuro sarà necessario anche un maggior intervento dello Stato attraverso le imprese e le banche pubbliche, per disporre di strumenti atti a contrastare in modo efficace le spinte recessive e a promuovere politiche di sviluppo di lungo periodo ». Citano, a conforto della tesi, che essi stessi propugnano, della necessità di una « coesistenza tra grandi imprese pubbliche e grandi imprese private in settori strategici », quanto espresse poco prima della sua morte uno studioso come il già citato Hobsbawm (”L’Espresso”, maggio 2012), certo non sospettabile di tenerezze verso il capitalismo, il quale tuttavia – a differenza di molti che si proclamano ‘radicali di sinistra’ – all’intervistatore che gli chiedeva se condividesse ”la necessità di arrivare a una specie di economia mista, tra pubblico e privato”, così rispose: « Guardi la storia. L’Urss ha tentato di eliminare il settore privato: ed è stata una sonora sconfitta. Dall’altro lato, il tentativo ultraliberista è pure miseramente fallito. La questione non è quindi come sarà il mix del pubblico con il privato, ma quale è l’oggetto di questo mix. O meglio qual è lo scopo di tutto ciò. E lo scopo non può essere la crescita dell’economia e basta. Non è vero che il benessere è legato all’aumento del prodotto totale mondiale ». Ci vuole il ”mix”, dunque.

E saranno importantissimi ”I rapporti fra capitalismo e ambiente” (argomento a cui è dedicato il quinto Capitolo), perché « Accanto all’esigenza di riportare la finanza al servizio dell’economia  e l’economia sotto la programmazione della politica » ci sarà quello, per gli Autori imprescindibile, di « ridurre l’impatto delle attività umane sull’atmosfera », perché « soltanto così la crescita potrà essere sostenibile ». Non si vive di solo PIL, spiegano fra le altre cose.

 

Il libro è scritto con compiutezza di argomentazioni e con mirabile chiarezza, come avviene sempre quando c’è il nome di Giorgio Ruffolo sul frontespizio di un libro (senza nulla togliere all’ottimo co-autore Sylos Labini). Ma oltre alle analisi di carattere storico-socio-economico il testo fornisce anche altri ”messaggi”.

Prima di tutto, fa giustizia della demonizzazione, che spesso viene fatta, di banche ed istituzioni finanziarie, distinguendo fra i comportamenti, talvolta deplorevoli (e da loro stessi deplorati), che esse hanno avuto, e la funzione positiva che esse possono svolgere ( « La finanza, pubblica e privata, è un elemento essenziale della storia dell’economia, poiché ha sempre svolto due funzioni fondamentali. La prima, di procurare e prestare risorse agli Stati……….La seconda, di accumulare il risparmio per convogliarlo verso gli investimenti. Pertanto la finanza è un fattore funzionale e ‘dipendente’ dell’economia: è un suo mezzo essenziale, non un suo scopo ».

Poi, è di grande interesse ed importanza la posizione degli Autori sul caapitalismo: « La democrazia e il capitalismo rappresentano le due grandi forze che agiscono nell’età moderna per assicurare all’Occidente una netta superiorità su tutte le altre economie del mondo. La democrazia dà la possibilità di una selezione e di un ricambio tra le classi dirigenti favorendo la partecipazione e la solidarietà sociale. Il capitalismo attraverso la mobilitazione dei fattori di produzione permette di conseguire una crescita formidabile della produttività ». L’uno e l’altra, quindi, sono indispensabili allo sviluppo umano, nel loro ”rapporto dialettico”. Talvolta qualcosa si inceppa: « Questo rapporto dialettico determina periodi di compatibilità e periodi di fortissimo conflitto tra capitalisti e lavoratori e tra capitalismo e democrazia ». Questo è uno di quei periodi: ma, ci fanno intendere gli Autori, bisogna buttare via l’acqua sporca, stando ben attenti al bambino. Per cui non ha senso – questo sembra essere il messaggio – parlare di ”superamenti” (ma che vuol dire?) né di ”abbattimenti” del Capitalismo come sistema (ma chi lo abbatterebbe? E come? E per sostituirlo con cosa?). D’altra parte, sono di grande significato le parole con cui gli Autori concludono questo loro bellissimo testo: « Non miriamo al paradiso e non immaginiamo una società perfetta: più semplicemente nutriamo la speranza di progredire verso una società più prospera e più giusta ». Come tutti quelli che vogliono davvero essere utili all’umanità, senza visioni improbabili. Anzi, impossibili. E perciò inutili. Se non dannose.

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